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Frate Indovino

Voce Serafica Assisi

Fratello Covid-19

12 maggio 2020
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a cura di fra Luca Casalicchio e Pietro Parmense
 
Anche la famiglia cappuccina è stata colpita dal Coronavirus. Eppure, nella disgrazia la carità, la preghiera e la serenità sono state il modo di testimoniare che sorella vita vince sorella morte.
 
 
La parola
 
Che i frati cappuccini fossero al cuore della pandemia, cercassero di dare un senso al dolore e sostenessero uomini e donne smarriti dinanzi allo sgomento di un morbo venuto da lontano e piombato come una scure mortifera su buoni e cattivi, su giovani e vecchi, lo si è visto mondialmente nella settimana santa. L’omelia di padre Raniero Cantalamessa, anche lui cappuccino, in una basilica di san Pietro deserta nella ricorrenza del Venerdì Santo, è stata seguita da centinaia di milioni di persone nel mondo. Ha detto tra il resto padre Raniero: «La croce di Cristo ha cambiato il senso del dolore e della sofferenza umana. Di ogni sofferenza, fisica e morale. Essa non è più un castigo, una maledizione. È stata redenta in radice da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé.
 
La parola è stata usata dai cappuccini in infinite occasioni, una parola di tenerezza e di incoraggiamento, come ha fatto per tutti fra Roberto Genuin, ministro generale dei cappuccini, in una delle sue lettere inviate per sostenere i confratelli nella dura battaglia, quella pasquale: «Cosa possiamo fare in questo periodo oltre a riflettere veramente su quello che vale? Possiamo anche noi fare quello che mi diceva un frate in questi giorni. Mi raccontava cosi: «Oggi ho vissuto un momento molto difficile, perché ho sentito quasi su di me il peso di tutta la sofferenza dei frati, l’inquietudine, la paura e la sofferenza di centinaia di migliaia di persone nel mondo, la preoccupazione”. Questo lo possiamo fare anche noi. Per i tanti frati che sono malati coinvolti, ma soprattutto per tantissima gente che soffre in questo momento, soffre, ha paura, non sa quale sarà il futuro, perde i suoi cari… Possiamo farci carico come frati cappuccini delle sofferenze del mondo».
 
 
La testimonianza
 
È soprattutto con la propria vita che i frati cappuccini hanno voluto dimostrare l’amore di Dio nel paradosso della sofferenza. Per tutti, vale la pena di riportare qualcosa della vicenda di Crest, un convento dove la falce della morte ha colpito senza pietà. Siamo in Francia, nella Drôme, vicino a Valence, nella valle del Rodano, sotto Lione. Nessuno sa come sia arrivato il virus. I frati avevano cominciato a rispettare le istruzioni per la salute, ma il virus è piombato sulla comunità e ha colpito duramente. Il primo a morire è stato fra Emmanuel, 94 anni, il 25 marzo. Un uomo della regione, un pastore sempre in mezzo alle sue pecore. «Era sempre in missione», dice fra Lucas, il guardiano del convento. E poi, uno dopo l’altro, i frati si sono ammalati, con la complicazione di doversi curare praticamente da soli. Così il convento ha preso l'aria di un ospedale da campo. «Siamo uomini normali in una situazione straordinaria – ha detto “l’infermiere” del convento, fra Hubert, al quotidiano francese Le Monde –. C'è molta attenzione e solidarietà tra i fratelli».
 
Il convento data al 1608, è il più antico ancora in piedi occupato dai cappuccini in Francia. Già vent’anni dopo la fondazione, una grande epidemia di peste decimò un terzo della popolazione di Crest. E allora i fratelli che abitavano nel convento continuarono a visitare i malati e a portare sostegno alla popolazione, e naturalmente anche alcuni di loro morirono. Poi la storia gloriosa del convento ha conosciuto anche un ospite illustre: negli anni Trenta, infatti, Henri Grouès, cioè il futuro Abbé Pierre, trascorse sette anni tra queste mura. Vi emise i voti il 3 gennaio 1937.
 
Dopo la morte di Emmanuel, altri frati hanno seguito la stessa via: Pierre «che non aveva paura di niente», e poi Armand, il facchino del convento, quindi Marcel, 99 anni, «uomo di gentilezza», gran confessore… Ha detto un’abitante del luogo: «È un po' come se la mia famiglia se ne andasse poco alla volta, erano persone che meritavano di essere conosciute da tutti».
 
 
La carità
 
Innumerevoli, soprattutto, sono state le opere di misericordia e di carità attuate dai cappuccini in giro per il mondo. Eccone semplicemente alcune, così come le abbiamo potute raccogliere. Ad esempio, a Malta la cappella del carcere è stata trasformata in dormitorio per le guardie, che non potevano rientrare a casa. Papa Bergoglio ha citato indirettamente quest’episodio nell’omelia della messa in Coena Domini («Oggi ho ricevuto una lettera di un sacerdote, cappellano di un carcere, lontano, che racconta come vive questa Settimana Santa con i detenuti»). Una storia che si può leggere sulla pagina Facebook di Frate Indovino, come tante altre raccolte nel mondo. Sempre a Malta, è da segnalare l’esperienza dei cappellani ospedalieri che, grazie all’intervista a fra Piergiacomo Boffelli pubblicata su Voce Serafica del mese scorso, hanno potuto rivendicare il diritto di dare l’unzione degli infermi ai malati di Coronavirus.
 
Da segnalare anche il servizio di carità svolto al cimitero di Milano Musocco e all’Opera San Francesco di Milano: attenzione ai poveri e ai malati. A Viterbo i giovani frati in formazione svolgono un servizio efficace alla mensa Caritas. A Trento, invece, si fa servizio a un’altra mensa dei poveri, ad Alessandria pure, col rischio concreto di ammalarsi, come il giovane frate Vignandel che è morto a Trento (conosciuto da tutti con il soprannome “Fra Tuck”), o ad Alessandria, dove anche lì il responsabile si è ammalato. Ancora, potremmo ricordare Fano, dove i frati lavorano nel Centro di accoglienza dedicato a Padre Pio…
 
Per uscire poi dall’Italia, ecco il Paraguay, dove i frati distribuiscono provviste e hanno dato vita ad una sorta di mensa pubblica. In Germania, a Monaco e Francoforte, i frati distribuiscono aiuti alimentari o gestiscono mense. E spesso la carità si riveste di preghiera, come a Madrid, dove il venerdì santo i cappuccini del convento di Medina Celi hanno fatto uscire la venerata statua, che, ogni venerdì, attira migliaia di fedeli. Mentre a Granada, non potendo andare a pregare sulla tomba del beato Leopoldo da Alpandeire, hanno installato una webcam sulla tomba per permettere ai devoti di rivolgersi a lui e sentirsi rincuorati.
 
 
Cappuccini morti e sopravvissuti
 
Al momento in cui scriviamo, assieme ai frati di Crest, sono una quindicina i cappuccini che sono morti, spesso in età anziana, ma anche dei giovani, come il 46enne Giampietro Vignandel della provincia veneta, appena ricordato; provincia veneta che è stata tra le più colpite dal Coronavirus con almeno cinque decessi (anche i frati Antonino, Emerico, Ivo e Aurelio), come d’altronde è accaduto anche alla provincia francese (Emmanuel, Pierre, Daniel, Armand, Marcel), e poi un olandese (Hans), un genovese (Renato), uno della provincia della Toscana (Angelico), uno di quella svizzera (Riccardo).
Ma ci sono anche dei frati che sono sopravvissuti e che hanno dato una profonda testimonianza dell’amore di Dio anche nella loro malattia. Per tutti, val la pena di riportare la testimonianza di Calogero Peri, frate cappuccino, 66 anni, vescovo di Caltagirone, in provincia di Ragusa. Nell’intervista rilasciata a Voce Serafica (che potrete leggere in versione integrale nel numero di giugno) ha dichiarato: «La morte non mi sembrava più un’alternativa alla vita, ma un tutt’uno: vita e morte coincidevano. In quella solitudine, tra le mura bianche dell’ospedale, non ero solo però. Il mio sguardo è caduto sopra il letto, lì dove era appeso un piccolo Crocifisso di San Damiano. Dentro di me ho pensato: “In questo ospedale ci sono crocifissi di grande valore artistico. Questo è povero, piccolo, quasi si perde su questa vasta parete, ma è presenza Tua. Le poche persone con cui entro in contatto sono coperte in ogni centimetro della loro pelle. Tu sei l’eccesso opposto: sei nudo. Tu ti fai vedere”. All’inizio ero io a guardare Lui, poi, gradualmente, è cambiato tutto. Era Lui che guardava me. È stato il mio naufragio dell’intelletto. Ero io davanti a Gesù in croce, un dialogo tra due persone. Sono passato da un Venerdì Santo mentale a uno esistenziale. Anche nei giorni e nelle notti successive guardavo il mio letto di malato, poi quel Crocifisso, e mi domandavo: “Dove voglio vivere: su questo letto o lassù sulla Croce con Te?”. Ho ricordato lo stemma francescano delle origini, due mani inchiodate sulla croce. Noi davvero portiamo a compimento nella storia ciò che è mancato al patimento di Cristo». 

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